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PROLOGUE
a cura di Alessia Carlino
18 maggio › 17 giugno 2016

ANNALU’ – BLUE AND JOY – MICHELANGELO BASTIANI – EMANUELA FIORELLI – MICAELA LATTANZIO – ALESSANDRO LUPI – PAOLO RADI

SpazioMR arte e architettura presenta il nuovo progetto espositivo, sotto la curatela di Alessia Carlino, intitolato Prologue, che inaugurerà il prossimo 17 maggio.Le opere di Annalù, Michelangelo Bastiani, Blue and Joy – Daniele Sigalot, Emanuela Fiorelli, Micaela Lattanzio, Alessandro Lupi e Paolo Radi saranno messe a confronto in un dialogo che analizza le molteplici declinazioni della materia organica, inorganica e digitale.Prologue è un itinerario visivo dedito alla narrazione di eterogenei metodi espressivi che creano il ritratto di un’inedita contemporaneità a cui afferiscono l’utilizzo di strumenti materici consacrati alla rappresentazione di un corollario estetico di matrice plastico – spaziale.Il corpus di opere selezionato costituisce un unicum nel suo genere, la nozione stessa di scultura viene declinata nella descrizione di forme originali, di materiali dalle molteplici funzioni e duttilità.Fili elastici, alluminio, supporti cartacei, pvc, perspex, resina, ologrammi digitali, ciascun elemento porta con sé l’idea di plasmare dimensioni percettive di una realtà formatasi all’interno di contesti sintetici dove vi è una sostanziale smaterializzazione del dato concreto. Al di là del visibile, ogni opera, genera l’occasione di articolare la materia attraverso la riproduzione di un dato sensibile mai univoco o scontato. L’ambiente viene decostruito attraverso assemblaggi di matrice architettonica, scrive Robert Morris nel suo celebre saggio intitolato Antiform: “La forma non è perpetuata dai mezzi ma dal mantenimento di fini idealizzati e separabili. È un’impresa antientropica e conservatrice. Essa spiega l’architettura greca che evolve dal legno al marmo e appare identica. La preservazione della forma è una sorta di idealismo funzionale”.In questo idealismo funzionale della forma è insita la ricerca estetica degli artisti coinvolti nel progetto espositivo. Micaela Lattanzio, nelle sue installazioni cartacee, dona al materiale una dignità scultorea, ogni suo lavoro è caratterizzato dalla forte duttilità a cui viene sottoposta la carta, nelle mani dell’artista essa diviene un tassello musivo, negli intagli, nelle geometrie assunte, ciascun frammento genera forme esclusive di un vocabolario corporeo ed unitario che dà vita a strutture molecolari, tessuti connettivi di conoscenza.I segni tridimensionali di Emanuela Fiorelli compongono identità plastiche che investono la superficie, la rendono tangibile allo sguardo. I fili elastici sviluppano intricati sentieri, labirinti percettivi che narrano la dialettica di una forma duratura e di un “pensiero indissolubilmente legato” che garantisce all’opera la “possibilità della sua esistenza”.Il diaframma siliconico è il campo d’indagine che investe l’opera di Paolo Radi. Le sculture traslucide narrano di realtà impercettibili, dove l’invisibile è il protagonista assoluto di ogni composizione. Il linguaggio delle forme assolve la sua funzione nella natura minimale del manufatto, nel decifrare lo spazio attraverso presenze intellegibili connaturate da suggestioni di luoghi immateriali ed incorporei. La resina assume i connotati di una ricerca estetica improntata sulla definizione dell’intangibile, Annalù descrive nel suo approccio materico una contraddizione: la fragilità delle fisionomie scolpite ed identificate negli elementi di una fluidità cromatica, si intrecciano all’interno di una visione olistica dove lo spettatore percepisce l’eleganza formale dell’opera nella sua compagine spaziale, ma in cui le trasparenze rappresentano il segno distinto di un procedimento di lavorazione arduo e complessoImparare a servirsi dei materiali già esistenti significa conoscere come farli propri e soprattutto come inventare nuovi protocolli di rappresentazione manipolando il reale attraverso la pratica artistica. Daniele Sigalot, aka Blue and Joy, adotta un procedimento dialettico che si basa sull’equivoco: donare all’alluminio un codice estetico, offrendo alla materia nuovi linguaggi di interpretazione.I paperplanes rappresentano l’elemento cardine di questa scissione formale, l’alluminio crudo e industriale risponde ad un quesito che non viene più sottoposto nei termini canonici del contemporaneo ovvero: “Che fare di nuovo?”, ma piuttosto scardina il modernismo e si insinua nella domanda dell’ultimo millennio: “Cosa fare con ciò che ci ritroviamo?”. La singolarità, l’innovazione e il significato si ricompongono in un procedimento che si svincola dalla massa caotica di oggetti che quotidianamente ci circondano per appropriarsi di relazioni possibili tra oggetto e illusione.In seno alla ricerca dell’elemento illusorio Alessandro Lupi instaura un meccanismo dedito ad indagare le finalità e le metodologie inerenti la percezione. La luce e i suoi procedimenti espressivi fissano nelle opere dell’artista una doppia lettura: la compagine iridescente diviene materia impercettibile di fascinazione, laddove l’ombra ingannevole di un ramo genera presenze nascoste allo sguardo. La minuzia esecutoria dell’artista svela la sua costante attenzione nel sondare i processi cognitivi dell’essere umano, i suoi ingegni tecnici e la sua abilità fattuale rovesciano i canonici estetici e delineano un inedito orizzonte espressivo.La materia digitale assume connotati plastici nei lavori di Michelangelo Bastiani, l’artista attraverso l’utilizzo degli ologrammi riproduce la fluidità dell’acqua nella sua matrice incorporea ed eterea. Nelle installazioni sinestetiche lo spettatore è protagonista dell’opera, grazie ai sensori di movimento, la sostanza liquida artificiale prende vita e innesca interazioni tangibili, laddove l’opera d’arte diviene pura esperienza concreta.Prologue svela i procedimenti di una ricerca votata all’essenza della forma, la nuova estetica contemporanea affonda le sue radici nella costruzione di suggestivi scenari plastici dove la terza dimensione abbandona la sua caratteristica illusoria per immergersi nello spazio reale.


MYTHOGRAPHIE
POLAROID BY MAURIZIO GALIMBERTI
A cura di Alessia Carlino

Opening 10 marzo 2016 ore 19
11 marzo › 10 aprile 2016

SPAZIOMR arte e architettura presenta Mythographie Polaroid by Maurizio Galimberti il primo progetto espositivo che apre i battenti della nuova galleria ideata dall’arch. Marco Riccardi e dedicata al contemporaneo sotto la curatela di Alessia Carlino. Mythographie è il racconto in polaroid di tre importanti città mondiali: Roma, Parigi, New York che divengono nella fotografia di Galimberti non solo la rappresentazione di un immaginario collettivo, bensì la visione creativa di un artista che con la sua particolare tecnica compositiva ha saputo coniugare la ricerca del movimento, tipico dell’avanguardia futurista, al racconto narrativo di matrice sperimentale. La fotografia di Galimberti registra l’istantaneità dello sguardo, i suoi mosaici costruiti attraverso l’utilizzo di polaroid rispecchiano la volontà di  voler narrare allo spettatore una storia: la verità di un incontro, l’interiorità di una persona, le prospettive ardimentose di un paesaggio. In questo procedimento tecnico ed estetico l’artista mantiene in vita la poeticità del mondo circostante attraverso la testimonianza di chi è stato soggetto delle sue opere, un lirismo che lascia spazio al sentimento di indefinito, a una sorta di sospensione che accompagna le immagini e che investe l’osservatore di un piacere latente, di un tessuto emozionale che si basa anche sulla ricerca di brandelli di assenza. Un maestro della fotografia contemporanea, un artista che ha costruito il proprio linguaggio attraverso la sperimentazione visiva ed estetica.

Scrive Roland Barthes nel suo celebre saggio intitolato La Camera chiara: “Un dettaglio viene a sconvolgere tutta la mia lettura; è un mutamento vivo del mio interesse, una folgorazione. A causa dell’impronta di qualcosa, la foto non è più una foto qualunque. Questo qualcosa ha fatto tilt, mi ha trasmesso una leggera vibrazione, il passaggio d’un vuoto. Malizia del vocabolario: si dice ‘sviluppare una foto’, ma ciò che l’azione chimica sviluppa è l’insviluppabile, è un’essenza di ferita, è ciò che non può trasformarsi, ma solo ripetersi in forma di insistenza”.

Si potrebbe parlare del lavoro di Galimberti come la narrazione di un’immobilità viva, le sue immagini, frutto di molteplici contaminazioni e della personale volontà di donare ad ogni scatto l’immortalità di un tempo futuribile, si appropriano di un contesto familiare, noto ai più, ma che inevitabilmente allude a una nuova prospettiva, ad un’inedita declinazione dello sguardo.

Mythographie è la celebrazione figurativa di un’estetica post moderna, il linguaggio dell’artista si manifesta nello sviluppo di un originale corollario rappresentativo: nelle architetture metropolitane, come nell’intimità di un ritratto, Galimberti costruisce un’immagine “scenotecnica”, capace di accompagnare lo spettatore all’interno di uno spazio illusorio che contiene in sé elementi visuali di fascinazione.
Un corpus di opere dell’artista, dedicato a Roma e realizzato ad hoc per la mostra, presenterà al pubblico la compagine astratta del suo lavoro. Grazie alla tecnica di manipolazione della polaroid, Galimberti plasma la pellicola attraverso una gestualità puramente pittorica, ogni scatto delinea l’assenza di coordinate specificatamente formali; l’accuratezza del segno, la sua trasfigurazione oggettuale ne definiscono l’essenza e la concreta appropriazione. Galimberti opera nei tessuti rappresentativi dell’avanguardia del Novecento, donando al concetto dadaista originali sfumature descrittive, suggellando nella decostruzione poetica l’esecuzione di un nuovo simbolismo.

Un’ultima sezione del percorso espositivo sarà dedicata al ritratto. Durante la sua carriera l’artista ha fotografato i più grandi rappresentanti del mondo del cinema, della cultura, della musica, della letteratura, il ritratto è un segno distintivo di Galimberti, l’intimità che il fotografo riesce ad instaurare e a trasmettere nelle fisionomie silenziose immortalate nei mosaici di polaroid, costituiscono un percorso introspettivo mai univoco, laddove il mito e la sua aurea svaniscono cedendo il passo all’aspetto umano e privato del personaggio effigiato. La mitografia si rivela come pura esegesi stilistica, la fotografia di Galimberti squarcia il velo dell’icona e offre allo sguardo la mirabile eloquenza del reale nella forma di un oggetto unico, irriducibile e irrefutabile.

Un ringraziamento speciale per l’organizzazione e la realizzazione del progetto espositivo Mythographie a Benedetta Donato, Paolo Cerù, Federica Ragni e Luca Molducci.